Cos’è la fibrillazione atriale?
La fibrillazione atriale è l’aritmia più comune: il cuore batte in modo irregolare e spesso più veloce del normale. Questo può causare sintomi come palpitazioni, affanno, stanchezza o capogiri. Anche se a volte non dà sintomi evidenti, aumenta il rischio di complicanze importanti, in particolare l’ictus, perché favorisce la formazione di coaguli nel cuore.
Come viene diagnosticata?
- Elettrocardiogramma (ECG): è l’esame principale. Con degli elettrodi applicati sul torace, registra in pochi minuti l’attività elettrica del cuore e mostra se il ritmo è irregolare.
- Holter cardiaco: è un ECG portatile che si indossa per 24–48 ore e talvolta settimanale. Serve a rilevare episodi di fibrillazione atriale che non si presentano continuamente.
- Ecocardiogramma: un’ecografia del cuore che permette di vedere le camere cardiache, le valvole e la presenza di eventuali ingrandimenti o alterazioni strutturali che possono favorire l’aritmia.
- Esami del sangue: utili per valutare fattori di rischio e cercare cause che possono facilitare la fibrillazione atriale, come problemi della tiroide o squilibri elettrolitici.
- Test da sforzo o monitoraggi prolungati: in alcuni casi si usano per capire come il cuore reagisce sotto stress o per registrare l’attività cardiaca per periodi più lunghi.
Le cure: farmaci e ablazione transcatetere
Il trattamento della fibrillazione atriale ha due obiettivi principali: controllare il ritmo del cuore e prevenire l’ictus.
Farmaci: alcuni aiutano a mantenere il ritmo regolare o a ridurre la frequenza cardiaca; altri fluidificano il sangue per ridurre il rischio di coaguli.
Ablazione transcatetere: è una procedura invasiva in cui, attraverso un catetere inserito da una vena della gamba, durante studio elettrofisiologico endocavitario, si arriva al cuore e si “isola” la zona da cui partono gli impulsi elettrici anomali. Questo trattamento può ridurre o eliminare gli episodi di aritmia in molti pazienti. Figura.
Cardiologo
Il Prof. Dottor Celestino Sardu Cardiologo, dal momento della sua presa in servizio, ha svolto attività di ricerca presso cattedra di Medicina Interna dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e in collaborazione con Centri esteri degli Stati Uniti d’ America (Tample University, Philadelphia; A. Einstein College of Medicine, NYC; Stanford University, Paolo Alto; USA)

